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Autore: redazione_bibliopoli
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I 500 anni de “Li soppositi” dell’Ariosto: la commedia, gli esemplari rimasti e le biblioteche dove trovarla
Il 1524 può essere considerato «anno ariostesco». Se ci si ferma solo un attimo alle evenienze anagrafiche, ad esempio, possiamo ricordare che Ludovico Ariosto festeggiava i suoi 50 anni di età ed i 30 di libertà – conquistata «dopo molto contrasto» (Sat., VI….) – di seguire non solo la sua vocazione verso gli studi umanistici, ma anche – e non era, ed è, poca cosa a 20 anni – «di far prelevare a suo nome dai magazzini estensi stoffe e cibarie». Tanto ha raccontato Natalino Sapegno in una splendida voce nel «Dizionario biografico degli Italiani». Eppure, se guardiamo a quel 1524, non dovette essere un anno facile per Ariosto, che era in ristrettezze economiche da qualche tempo, tanto da accettare l’incarico del governatorato della Garfagnana, le cui terre da poco erano rientrate in possesso degli Estensi.
Nato l’8 settembre 1474, il grande scrittore ferrarese dovette festeggiare con qualche soddisfazione il suo 50° compleanno, perché pochi giorni prima della ricorrenza, «adì XX di agosto», «stampato in linclita cita di Venetia, per Nicolo Zopino e Vincentio compagno» vide la luce l’«Orlando furioso di Ludouico Ariosto nobile ferrarese ristampato et con molta diligentia da lui corretto et quasi tutto formato di nuouo et ampliato». Quella ristampa doveva essere molto simile ad un’altra stampa del poema, pubblicata senza indicazione del giorno conclusivo delle fatiche dei torchi, sempre a Venezia da Elisabetta Rusconi vedova di Giorgio e figlia di Paolo Boffo, che fu in società proprio con Niccolò Zoppino. «E tre!», si potrebbe dire, tuttavia, pensando che il 22 aprile di quello stesso anno fu pubblicata un’altra edizione dell’«Orlando furioso», questa volta «a Milano, per Augustino da Vimercato, alle spexe de messere Io. Iacobo & fratelli de Legnano», e che queste ultime opere «se vendano alla botecha di Legnano al segno de Langelo», proprio perché Agostino da Vimercato – hanno rilevato gli storici della stampa – «non ebbe una sua marca» e «…lavorò quasi esclusivamente per i fratelli Da Legnano», che si distinguevano per l’insegna dell’angelo.
Insomma, è un’ulteriore notizia legata al 1524 che tre tipografi in quell’anno pubblicano l’«Orlando furioso» dopo l’«editio princeps» del 1516 stampata da Giovanni Mazzocchi da Bondeno, libraio e tipografo attivo a Ferrara, e dopo la seconda ferrarese del 13 febbraio 1521 ad opera del milanese Giovanni Battista della Pigna, seconda edizione, con varianti, sempre in quaranta canti. La terza edizione, definitiva, in quarantasei canti, sarà pubblicata solo nel 1532, ma pensando a 500 anni fa, l’altra notizia è che il 27 settembre «stampata in Roma», «Con gratia et privilegio» vide la luce la «Comedia di messer Lodouico Ariosto ferrarese intitolata li Soppositi»
«Il termine latino suppositio esprime un significato che può mutare a seconda del contesto. Nello specifico può riferirsi anche allo scambio di persona, come sembra essere il caso della commedia di Ariosto», leggiamo nei manuali scolastici, che in breve – riferendo della trama – dicono che essa «si fonda su una serie di scambi di persona e sugli equivoci che ne nascono. Una novità di grande rilievo è costituita dal fatto che la scena è in Ferrara, e vi è una fitta rete di riferimenti a realtà e luoghi cittadini ben noti agli spettatori, che potevano così vedere riflesso sul palcoscenico, con curiosità e divertimento, il mondo a loro familiare».
«Seconda delle commedie in prosa di Ariosto – si legge altrove -, fu messa in scena nel febbraio del 1509 e nello stesso anno ne fu pubblicata un’edizione clandestina sulla base dei copioni degli attori; una nuova edizione fu stampata a Roma nel 1524 e si lega probabilmente alla fortunata rappresentazione romana della commedia del 1519». E Sapegno che di Ariosto era specialista scrisse: «L’esperienza teatrale (…) non è come quella delle “Satire”, circoscritta in un giro breve di anni, bensì si prolunga nel tempo fino a coincidere press’a poco con quella dell’Orlando, dalla prima ideazione del poema all’ultima redazione a stampa». E poco oltre sostenne: «Quanto alla fortuna che le commedie dell’Ariosto trovarono nell’ambiente culturale contemporaneo, stanno a dimostrarla le edizioni clandestine della “Cassaria” e dei “Suppositi”, pubblicate entrambe subito dopo la rappresentazione nel 1509, sulla traccia dei copioni ad uso degli attori, nonché i numerosi manoscritti superstiti nelle biblioteche di Ferrara, Modena, Ravenna e Firenze». A consultare il catalogo unico delle biblioteche italiane ed il collegato Edit 16 sulle cinquecentine si è propensi a pensare che a pubblicare l’opera a Roma sia stato Francesco Minizio Calvo, «umanista, tipografo, editore e libraio, originario di Menaggio», leggiamo nella scheda che «a Roma aveva bottega in Parione, ed ebbe il titolo di stampatore apostolico dal 1524 al 1531».
Una scheda ben più completa realizzata dallo studio bibliografico Pregliasco di Torino, quello che sovente frequentava Umberto Eco, tanto che i quotidiani parlarono – riferendosi alla loro amicizia – dei “due Umberti in mezzo ai libri”, fa capire che quella pubblicata il 27 settembre 1524 a Roma, altri non è che la terza edizione della commedia ariostesca, anche se delle prevedenti due edizioni non sembra esserci traccia. Pregliasco, infatti, proponendo in vendita le 40 pagine delle quali si festeggia oggi il compleanno, scrive: «Rarissima terza edizione de ”I Suppositi”, cinque atti in prosa (quella ”riformata et ridotta in versi” apparirà presso Giolito nel 1551), ”assai rara, citata dalla maggior parte delle bibliografie, ma di rado descritta, e inesattamente” (cfr. Agnelli-Ravegnani II, p. 96). Lo stesso bibliografo afferma che ”pur seguendo cronologicamente l’editio princeps (impressa a Ferrara, senza note tipogr.), questa stampa di Roma non può dirsi con certezza la seconda edizione dei Suppositi in prosa, inquantoché senza dubbio è esistita una stampa di Siena del 1523, ricordata dal Mazzuchelli, dal Gamba, dal Polidori”. Per l’identicità delle caratteristiche tipografiche (caratteri, frontespizio, formato) può essere considerata ”gemella” della ”Cassaria” in prosa del 1525 (Roma, s.n.t., in-12) e, come quella, è da attribuirsi all’officina tipografica del Mazzocco (op. cit., pp. 83 e 96); c’è da notare, però, che lo STC (Italian Books, p. 38) e ICCU (A-2509) l’attribuiscono allo stampatore Francesco Minizio Calvo». Ci si innamora davvero guardando il frontespizio nella sua sobria eleganza. Imitando quel grande bibliofilo che è stato il potente banchiere Umberto Cuccia, verrebbe da mettersi in treno andare a Torino ed ammirare queste pagine e possibilmente acquistarle…
Il prezzo di questo esemplare, con la copertina di carta settecentesca marmorizzata, è di 2800 euro, mentre la stessa libreria antiquaria propone in vendita per 2000 euro un’edizione del 1538 stampata a Venezia, che sul frontespizio reca un ritratto di profilo di Ariosto: un’immagine silografica di Tiziano. Nella stessa libreria, ancora, vi è uno «straordinario assieme che testimonia il raffinato gusto collezionistico di un anonimo intellettuale della metà del XVI secolo», il quale raccolse la prima edizione collettiva delle commedie di Ariosto e «pregevoli edizioni» di tutte le altre opere teatrali, stampate da altri tipografi, «entro il 1566». Occorrono per questo corpus unico, 4500 euro, mentre sono sufficienti 1500 euro per le sole 5 commedie di Ariosto stampate da Giolito de’ Ferrari a Venezia nel 1562. La Libreria Bongiorno Paolo di Modena propone «gli Suppositi» del 1538 per 1680 euro e l’edizione veneziana del 1526 per 1600 euro.
Chi è nella Capitale, potrà «accontentarsi» di due belle edizioni. La «comedia intitolata Li soppositi», stampata a Venezia da Sessa viene proposta dalla Libreria Pettini per 1500 euro, mente la Libreria Ex Libris, sempre «per Marchio Sessa» e con nel frontespizio il già menzionato ritratto di profilo dell’Ariosto, propone l’edizione del 1536 per 1400 euro…
Gli amanti del libro antico, quelli più squattrinati al pari di chi scrive, non temano: sono 12 le biblioteche pubbliche italiane che ne custodiscono una copia. Nella Capitale la «Comedia di messer Lodouico Ariosto Ferrarese intitolata li Soppositi» è custodita nella Biblioteca Casanatense, che ha provveduto a digitalizzarla e così, a qualsiasi ora da casa si può fare esperienza di lettura. Manca il contatto diretto con la carta, ma in ogni caso l’esperienza è esaltante e quaranta paginette passano presto… Certo l’epilogo non è proprio dei più eleganti nella risposta circa l’uso “dei ferri”, ma col sorriso si giunge alla conclusione e, dopo le note tipografiche già leggi: «Ma Finisce la comedia di Lodouico Ariosto Ferrarese restituita alla sua uera lettione dopo la scorrettissima stampa di Siena». Sipario!
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La pizza Margherita e i libri e gli autografi di Matilde Serao
Mercoledì 7 agosto sul Messaggero.it: «Flavio Briatore: “Crazy Pizza aprirà a Napoli a fine estate. Una Margherita? Costerà 17 euro, niente di esagerato”» (link) e la polemica ha proseguito il suo corso, registrando i pro, i contro e… gli astenuti. Ed il 17 settembre si registra l’apertura.
Una “nuova” pizza a Napoli, tuttavia, ha sempre i suoi perché, dice Briatore: «Napoli è famosa in tutto il mondo per la sua cultura e il suo patrimonio culinario e crediamo che la nostra formula di fine dining diversa e unica possa essere un’aggiunta stimolante al panorama gastronomico locale». Indubbiamente Napoli-Pizza è binomio universale. Visto però che la cultura gastronomica è elemento fondante del nostro vivere, oltre il notissimo «primum vivere…», non è dato sapere se fra le letture di Briatore ci sia stata, o ci sia, Matilde Serao (1856-1927).
Un suo contemporaneo, Angelo De Gubernatis, che diresse un ponderoso Dizionario biografico degli scrittori contemporanei ornato di oltre 300 ritratti (Le Monnier, Firenze 1879), in quel volumone fece inserire anche una scheda in cui della Serao, nata in Grecia, ricorda che «suo padre Francesco, esule napoletano, avea sposato Paolina Bonely discendente dai principi greci Scanavy che diedero imperatori a Trebisonda» e che «sua madre, donna di gran coltura (conosceva il greco, il russo, l’inglese, il francese, l’italiano) fu alla giovinetta Serao prima istitutrice. Ella poi – si legge ancora -, che pur troppo la perdè, quando la madre l’era quasi divenuta sorella e compagna di studii, fece molto da sè, prese i suoi diplomi di maestra inferiore e superiore, e lesse senza fine».
Si ricorda quindi che i primi articoli «furono, nel 1879, raccolti in un grazioso volume intitolato “Dal Vero”, che ebbe le più liete accoglienze».
E proprio il mese scorso, ancora, un noto mensile di storia l’ha considerata «il brutto anatroccolo che conquistava i cuori e arrivò alle soglie del Nobel». «Femminista senza dichiararsi femminista», l’ha definita l’Ansa nel titolo di un dispaccio d’agenzia del gennaio 2023, ma a proposito delle letture possibili di Briatore, ci si è chiesto se mai si fosse dilettato a leggere Il ventre di Napoli, che questa «grande giornalista del romanzo» – le parole sono di Francesco Flora – pubblicò per la prima volta per i Fratelli Treves (Milano 1884) e poi ancora nel 1906 a Napoli, per F. Perella, con una notevole riscrittura, tanto che il frontespizio ne scandisce i tempi della revisione: «vent’anni fa, adesso, l’anima di Napoli».«Nel libro, scritto in tre momenti diversi a partire dal 1884, Matilde Serao fa un’accorata descrizione dei quartieri più diseredati della Napoli del tempo. Protagonisti sono, quindi, il “popolo” napoletano e la sua vita quotidiana con le peculiarità che li contraddistinguono: tipo di alimentazione, forme di religiosità, lotto clandestino, usura, relazioni sociali… La situazione di totale abbandono in cui versano i suoi concittadini spinge l’autrice a muovere aspre critiche al sistema politico dell’epoca e all’amministrazione cittadina facendo risaltare per contrasto fulgide figure di “spiriti retti e puri che si ribellano all’infamia sociale”», riferisce un breve riassunto per il popolo navigante in internet.
Divise il libro in parti, l’autrice, e qui riprendiamo un lacerto del terzo capitolo (Quello che mangiano), che suono così: «Un giorno, un industriale napoletano ebbe un’idea. Sapendo che la pizza è una delle adorazioni cucinarie napoletane, sapendo che la colonia napoletana in Roma è larghissima, pensò di aprire una pizzeria in Roma. Il rame delle casseruole e dei ruoti vi luccicava, il forno vi ardeva sempre; tutte le pizze vi si trovavano: pizza al pomidoro, pizza con muzzarella e formaggio, pizza con alici e olio, pizza con olio, origano e aglio. Sulle prime la folla vi accorse, poi andò scemando. La pizza, tolta al suo ambiente napoletano, pareva una stonatura e rappresentava una indigestione; il suo astro impallidì e tramontò, in Roma; pianta esotica, morì in questa solennità romana».
Quindi, un po’ oltre, Serao scrive: «È vero, infatti: la pizza rientra nella larga categoria dei commestibili che costano un soldo, e di cui è formata la colazione o il pranzo, di moltissima parte del popolo napoletano. Il pizzaiuolo che ha bottega, nella notte, fa un gran numero di queste schiacciate rotonde, di una pasta densa, che si brucia, ma non si cuoce, cariche di pomidoro quasi crudo, di aglio, di pepe, di origano – osserva -: queste pizze in tanti settori da un soldo, sono affidate a un garzone, che le va a vendere in qualche angolo di strada, sovra un banchetto ambulante e lì resta quasi tutto il giorno, con questi settori di pizza che si gelano al freddo, che si ingialliscono al sole, mangiati dalle mosche». E ancora: «Vi sono anche delle fette di due centesimi, pei bimbi che vanno a scuola – prosegue Serao -; quando la provvista è finita, il pizzaiuolo la rifornisce, sino a notte. Vi sono anche, per la notte, dei garzoni che portano sulla testa un grande scudo convesso di stagno, entro cui stanno queste fette di pizza e girano pei vicoli e dànno un grido speciale, dicendo che la pizza ce l’hanno col pomidoro e con l’aglio, con la muzzarella e con le alici salate». «Le povere donne sedute sullo scalino del basso, ne comprano e cenano – conclude Serao -, cioè pranzano, con questo soldo di pizza. Con un soldo, la scelta è abbastanza varia, pel pranzo del popolo napoletano».
Questa era ed è – ci si permette di dire – la pizza, oltre tutte le altre rispettabili tradizioni gastronomiche italiane. Un soldo di pizza per pranzare, scrive Serao; quasi 20 euro per la pizza gourmet della quale parla il noto imprenditore, con un’altra corrente di pensiero sulla pizza e sui costi, che si va attrezzando nei pressi della stazione Termini a Roma.
Spulciando cataloghi cartacei di librerie antiquarie e smanettando su internet si resta esterrefatti: sono in circolazione diverse lettere o cartoline interamente autografe della Serao. Ci sono comunicazioni ad editori ed a persone a lei care; colloqui epistolari con fotografi per ordinativi, semplici avvisi per appuntamenti. Il prezzo sul mercato varia da 150 a 180 a 350 euro e, quanto ai libri, fuori dai diritti di autore, della Serao, in edizione contemporanea, «Il ventre» si acquista davvero per pochi soldi ma chi volesse un’edizione dei fratelli Treves o quella del Perella, dovrà mettere mano al portafogli. Ecco, in questa temperie di metà settembre, le bancarelle dei soliti luoghi romani sono carenti del titolo, ma le librerie antiquarie no: è introvabile, intanto il «Ventre» dei Fratelli Treves, mentre per l’edizione pubblicata da Francesco Perella occorrono da 88 (Libreria Benacense) a 120 euro (Pontremoli).
Quel titolo “varrebbe”, dunque, quanto un ideale coupon da 5 o 7 (consideriamo una pizza gratis) Margherite al “Crazy” o quanto un abbonamento mensile per una margherita nelle pizzerie del centro storico napoletano, lì dove – come dicono i partenopei veraci – «ti sazi già al solo profumo». E nutrendosi di profumi (ma non troppo) restano anche i soldi per nutrire lo spirito con un bel libro di Matilde Serao.
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Quanto vale Matteotti?
Quanto vale Giacomo Matteotti? Ci mancherebbe pure che, nell’attuale temperie, con tante polemiche accese e l’affiorare di ingiustificabili nervosismi sul fronte della storia, ci si mettesse a buttare benzina sul fuoco dei contrasti storico-politici, ad un secolo esatto dal ritrovamento a Riano dei resti mortali del deputato socialista (16 agosto), rapito e ucciso, il 10 giugno 1924, «da elementi della Ceka fascista», si legge su un post odierno pubblicato da raicultura.
Il “valore” di Matteotti, nel nostro caso, è domanda che riguarda le sue opere giuridiche e politico-economiche, stampate prima della sua morte e se mai esse siano passate sul mercato dell’antiquariato librario, quali “pezzi” davvero richiesti da bibliofili e collezionisti. Una rapida scorsa sui cataloghi delle librerie antiquarie emette un verdetto già noto: le pubblicazioni di Matteotti sono rarissime e gli autografi pressoché introvabili, al pari dei ritagli di giornale che hanno pubblicato suoi articoli. Poi guardi meglio e – al costo della mera fotocopia rilegata che passa per essere una copia anastatica e forse è soltanto una presa in prestito da googlebooks – ti accorgi che la puntualissima Gyan Books Pvt Ltd pone in vendita i titoli delle opere free a prezzi di realizzo.Noi no. E proseguiamo nella ricerca che parte dal 1910, quando Matteotti pubblicò, per i fratelli Bocca a Milano «La recidiva: saggio di revisione critica con dati statistici», opera inserita nella Biblioteca antropologico-giuridica. L’anno successivo, poi, nella «Rivista di diritto e procedura penale» edita da Vallardi a Milano (anno 2., fasc. 4.), di Matteotti fu pubblicato il saggio «Il progetto Luzzatti per la riforma degli art. 81-83 del cod. pen.». Lo abbiamo solo in estratto come ancora usano fare le riviste: poche copie gratuite e le altre a richiesta dell’autore che si accolla anche le spese della stampa perché, allora come ora, gli estratti servono non solo per farne dono agli amici, ai colleghi ed ai docenti che ti hanno avuto allievo nell’Università, ma anche per produrli quando viene bandito un concorso nell’ambito delle istituzioni accademiche. Insomma, gli estratti servivano (e servono) e quest’opera di Matteotti, come le altre, non si trova in alcun posto se non nelle biblioteche (e anche poche) di Università o di istituzioni politiche.
Bisognerà attendere qualche anno poi, siamo nel 1917, per trovare, sempre quale estratto dalla «Rivista di diritto e procedura penale» dell’editore Vallardi di Milano (anno 8, fasc. 5-6), l’articolo sulla «Nullità assoluta della sentenza penale», mentre due anni dopo (1919) è ancora sulla «Rivista di diritto e procedura penale del Vallardi (anno 10, n. 3-4) che Giacomo Matteotti pubblica le 26 pagine della «Classificazione degli incidenti di esecuzione». Ancora estratti, sempre pochi e sempre e solo in biblioteche, mai su un catalogo librario. Tutto ciò sembra indicare un rapporto consolidato tra autore e rivista giuridica, ma proprio quel 1919 sarà l’anno del passaggio dal Vallardi di Milano alla Utet di Torino, che pubblicava un’altra rivista giuridica di prestigio: la «Rivista penale». Su questo periodico giuridico Matteotti pubblica, nel 1919 prima «Il concetto di sentenza penale e le dichiarazioni d’incompetenza in particolare» (v. 88., disp. 402-403 e 404-405) quindi gli «Oggetti di ricorso per cassazione nelle giurisdizioni non ordinarie (militare, marittima, coloniale, ecc.)» (suppl. alla Riv. Pen., v. 5, disp. 29-30) e ancora le tre densissime pagine de «Il pubblico ministero è parte» (Rivista penale vol. 90. dispensa 413-415).
Tirando le prime somme si nota che quelle pagine serviranno alla costruzione di una monografia solo minimamente abbozzata, ma il 1919 così prolifico vedrà anche Matteotti occuparsi di altre branche del diritto. Sempre di quell’anno, infatti è «La riforma tributaria (con richiami al progetto Meda)», tredici pagine pubblicate sulla «Critica sociale» (anno 29., numeri 6, 7 e 8) che veniva pubblicata a Milano.
Si conclude, con gli articoli di quell’anno, la parte strettamente giuridica dell’impegno di studioso di Matteotti. Negli anni successivi saranno ben altri i temi ed infatti nel 1920 vide la luce a stampa il discorso pronunciato alla Camera dei deputati nella tornata del 28 marzo 1920. Fu la stessa Tipografia della Camera dei Deputati a editare le 39 pagine intitolate «Intorno alle comunicazioni del governo», ma la questione sul fronte dell’antiquariato librario non muta: introvabili gli estratti, altrettanto introvabile il discorso. Lo stesso bisogna dire delle poche pagine su «Fascismo reazione di classe» (pp. 323-329) uscite nelle «Interpretazioni del fascismo», libro del 1921 curato da Costanzo Casucci.
E poi la sorpresa nel 1922: «Il disavanzo del bilancio italiano: le imposte dirette e la imposta sui terreni» è titolo apparso nel numero di settembre della «Nuova Antologia» (pp. 84-93) allora stampata a Roma presso la «Ditta Armani di M. Courrier», rivista che aveva già stampato, nel numero di aprile, le 23 pagine delle «Notizie intorno alle imposte in Italia, alla loro pressione e distribuzione». Tutto questo mentre sull’«Almanacco socialista» della Società editrice Avanti! Erano state pubblicate le 15 pagine de «La finanza italiana nel 1921 e alcune note economiche».
L’estratto di quest’ultimo articolo lo si trova in qualche biblioteca in più rispetto alle 5 o 6 che custodiscono le altre opere, ma il mercato dell’antiquariato librario – amara conferma – spera ancora in un passaggio su qualche catalogo.
«Un anno di dominazione fascista», «Numeri, fatti e documenti raccolti a cura della S(ezione) statistica segreteria P(artito) socialista unitario», 91 pagine stampate in Roma dalla «Tipografia italiana» rappresenta il libro simbolo del collezionismo librario su Matteotti. Furono stampate nel 1923 e ristampate nel 1924 subito dopo la sua morte. Nel 1924 uscì anche, un’edizione in francese, stampata a Bruxelles (L’eglantine – Maison nationale d’édition) con qualche numero di pagine in più ed un ritratto del parlamentare assassinato. Il titolo non cambio: «Une année de domination fasciste», e non è mutata nemmeno la rarità sul mercato di questi tre titoli. Si va a sommare, tale preziosità, a quanto pubblicato dalla Tipografia della Camera dei deputati nel 1923, quando Giacomo Matteotti, nella tornata del 19 maggio, pronunciò un discorso dal titolo: «Per la libertà degli scambi in difesa del lavoratore-consumatore».Poi il silenzio assoluto. Non si hanno notizia di edizioni clandestine e bisognerà attendere l’8 settembre 1943 e, dopo quella data, ecco che fra Vicenza e Padova usciranno due diverse edizioni dell’ultimo discorso pronunciato da Matteotti alla Camera il 30 maggio 1924. Il titolo sarà «La difesa della libertà»: sono molte, rispetto alle biblioteche che posseggono gli estratti sopra citati, quelle che custodiscono l’ultimo discorso, ma per il bibliofilo ed il collezionista il risultato è sempre quello: rarità assoluta. Matteotti vale, e vale molto (a trovarne un libro).
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Luglio 1524, la Sofonisba di Trissino e il diavolo che buggerò il Papa
Diavolo di un Titivillus! Il demone dei refusi, così tanto temuto nel Medioevo, colse l’attimo di distrazione di chi componeva il testo del colophon ed in quel torrido luglio romano di 500 anni addietro, andò ad inserire l’errore proprio lì, nelle note tipografiche dell’ultima pagina stampata, anteposte alle concessioni pontificie.
Così noi oggi, mezzo millennio dopo, prima di leggere: «con prohibitione, che nessuna possa stampare questa opera per anni diece, come appare nel Briεve concesso al prefato Lodovico dal santissimo nωstro Signore Papa Clemente VII per tutte le ωpere nuωve che ‘l stampa», abbiamo già notato che l’opera fu «stanpata (sic!) in Roma per Lodovico Vicentino Scrittore e Lautitio Perugino Intagliatore nel 1524 (MDXXIIII) del mese di Luglio».È passata così alla storia la prima edizione a stampa della «Sωphωnisba» di Giovan Giorgio Trissino, che già nel 1518 l’aveva offerta a Leone X. «Letterato nato a Vicenza nel 1478 e morto a Roma nel 1550 – ci ricordano persino le enciclopedie tascabili -. Tentò di restaurare il classicismo in ogni genere letterario». E aggiungono poi che «nella questione della lingua sostenne la teoria della lingua italiana comune». Infine: «Scrisse la tragedia Sofonisba (1524), il dialogo Il Castellano (1529), il poema L’Italia liberata dai Goti (1547-48). La sua opera teorica più significativa è l’Arte poetica». Sette righe appena nella più nota delle enciclopedie tascabili; qualche riga in più nei manuali di storia della letteratura italiana in uso nelle scuole superiori, nei quali si ricorda come, in quella temperie, «si abbandonarono tutti gli schemi teatrali medievali e si mirò a un’opera di austera severità classica di compostezza “regolare”» e, proprio a proposito della Sofonisba, si osservò che fu composta «in endecasillabi sciolti».
La soddisfacente voce biografica curata da Valentina Gallo nel «Dizionario Biografico degli Italiani» dice che tale opera «nella storiografia gode del primato di prima tragedia regolare della letteratura italiana», dove per “regolare” si intende che vi era unità di luogo e di tempo e che l’azione si svolge sempre nello stesso posto e nello stesso giorno con in scena un numero limitato di persone.
Eppure, Giovan Giorgio Trissino è stato molto di più, fra incarichi politici e diplomatici, impegno di studio e di ricerca e, guardando alle non poche vicissitudini familiari, fra lutti e aspre liti parentali, potremmo dire personalità di estrema attualità, benché rampollo della nobiltà feudale. Ma poi, sarà vero che la mentalità del feudo non è ancora nel nostro Dna?Quanto alla Sofonisba (si preferisce una grafia piana rispetto alla scelta operata dall’autore, in questo come in altri scritti di quell’anno, di inserire ω ed ε al posto delle o ed e lunghe nei caratteri latini), l’illustre storica del teatro del Cinquecento ci informa che essa era «ispirata» alle vicende della regina di Numidia, della quale aveva narrato Tito Livio. Ha guardato anche all’Affrica petrarchesca, la nostra studiosa, per cogliere affinità e risonanze ed ha concluso che nell’opera del Trissino vi è «una sua armonia, disegnando un modello di eroismo femminile problematico e tuttavia luminoso nella libido libertatis che porta la protagonista a eleggere la morte piuttosto che divenire prigioniera del nemico». Non solo. Con quest’opera «Trissino detterà legge sul versante metrico, forgiando per i drammaturghi dei secoli successivi la forma primaria del verso tragico: l’endecasillabo sciolto dalla rima».
Il 1524, del resto, fu un anno da considerarsi «speciale» per il nostro autore. Era fresco delle seconde nozze avvenute l’anno prima con Bianca Trissino, anch’essa vedova e ancora quella relazione coniugale non si era rivelata «complicata dalle rivalità e dalle gelosie della prole di primo letto di entrambi i coniugi» ed era asceso al soglio Clemente VII Medici, cugino di Leone X. Trissino probabilmente giunse a Roma proprio nel 1524, anno che, dal punto di vista dei titoli a stampa può considerarsi anno «trissiniano». A ben osservare, egli ebbe tutta per lui quella società attiva nell’Urbe e formata appunto da Ludovico degli Arrighi, incisore copista e tipografo che, proprio in quei frangenti fondò una società con l’incisore e tipografo Lautizio Perugino, che secondo il Dizionario dei tipografi era l’orafo e tipografo Lautizio di Bartolomeo dei Rotelli, che gestì la zecca di Perugia dal 1517 ed ebbe tre figli: Simone, Tito Teodoro e Caterina.
Fu quella società a stampare le opere del Nostro. Ludovico, in particolare, «produsse diverse opere a stampa un carattere corsivo appositamente creato, che riscosse l’apprezzamento generale conseguendo ampi consensi presso le tipografie della Francia.
Quella società tipografica, in quell’anno, stamperà la Canzone del Trissino al Santissimo Clemente p.m. ed ancora l’Epistola del Trissino de la vita, che dee tenere una dama vedova. Ecco soprattutto l’Epistola del Trissino de le lettere nuovamente aggiunte ne la lingua italiana, grazie alla quale ci si spiega la presenza delle ω ed ε al posto dei caratteri latini e quindi l’Orazione del Trissino al Serenissimo Principe di Venetia. Ricordiamo ancora I ritratti del Trissino, usciti in ottobre di quell’anno, ma soprattutto la Sofonisba, «stampata in Roma per Lodovico de gli Arrighi Vicentino Scrittore, nel MDXXIIII di Settembre» e conservata a Roma presso le biblioteche Vaticana e Angelica e a Londa presso la British Library.
Da luglio a settembre 1524: nel giro di qualche mese, dunque, si corse ai ripari ed è singolare che, eccezion fatta per la Biblioteca Vaticana, che conserva l’edizione con intervento “diabolico”, solo questa ristampa settembrina sia presente nelle più famose biblioteche della capitale. La prima edizione di luglio dove quel satanasso di Titivillus ci aveva insinuato il refuso è a Bologna (Biblioteca e Archivio storico di “Casa Lyda Borelli); tre esemplari sono nelle biblioteche di Firenze ed altrettanti nell’Universitaria di Pisa. Altri esemplare, ancora, sono custoditi nella “Augusta” di Perugia, nella Civica di Brescia, nella biblioteca del Convitto Nazionale Cicognani di Prato e nella Biblioteca Marciana di Venezia. Ma quell’edizione finita di stampare in luglio proprio non poteva restare a Roma: ne bastava nella Biblioteca Vaticana. Vade retro, Titiville!
